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Home » Rifiuti radioattivi, l’Umbria trema troppo

Rifiuti radioattivi, l’Umbria trema troppo

di Marco Torricelli
8 Agosto 2015
in Ambiente e salute, Attualità, Dal territorio, Politica
Tempo di lettura: 2 minuti di lettura
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Il fatto di essere una regione dove la terra trema spesso e volentieri – l’80,4% dei Comuni umbri vengono classificati a rischio sismico medio o alto, mentre il 19,6% vengono considerati a rischio basso – potrebbe essere un elemento decisivo. L’Umbria ha buone possibilità di essere esclusa dalla poco ambita cerchia delle aree che, in Italia, potrebbero ospitare il futuro deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Ma sarà comunque il caso, come si vedrà, di fare attenzione.

La 'mappa' del rischio sismico
La ‘mappa’ del rischio sismico

Umbria ‘ballerina’ Stando alla bozza di relazione messa a punto dalla commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti, l’Umbria, come le Marche e quasi tutta l’Emilia-Romagna, non offre comunque, sufficienti garanzie, vista la forte sismicità: «Noi abbiamo messo in rilievo – dice il presidente della commissione, Alessandro Bratti – che l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha adottato un criterio molto restrittivo. Un deposito del genere non si può certo realizzare dove c’è un rischio di sismicità. Ma partendo da questo dato, occorre essere consapevoli che ciò esclude la possibilità di costruirlo nel 70% del territorio italiano».

Le zone ‘possibili’ La bozza della relazione parla chiaro: «dell’Italia peninsulare – spiega Alessandro Bratti – sono pochissime le zone che possono essere considerate adatte ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi». In pratica «solo la parte meridionale della Puglia, piccole zone della Basilicata ionica e del Molise e alcune zone costiere della Campania, del Lazio e della Toscana». Peraltro anche in quelle zone si dovrebbe tener conto di un altro criterio «Quello che fissa una distanza minima di chilometri dalla costa».

I parametri Le indicazioni dalle quali la commissione è partita sono, in fondo, semplici: se in una determinata area c’è la probabilità del 2% che in un periodo di 50 anni si verifichi un terremoto con picco di accelerazione (il peak ground acceleration. cioè la misura della massima accelerazione del suolo indotta del terremoto) pari o superiore a 0,25 e «questo criterio – si legge nella bozza – porta, da solo, all’esclusione di una larga parte del territorio nazionale, sulla base delle indicazioni dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia al quale la guida tecnica dell’Ispra fa riferimento».

Le deroghe Però attenzione, perché la relazione della commissione parlamentare dice anche altro, e cioè che «un’esclusione così drastica potrebbe non essere necessaria, se si considera che le norme tecniche citate non stabiliscono, ovviamente, il divieto di costruzione nelle aree che siano contrassegnate da quei possibili valori di accelerazione, ma semplicemente fissano per esse determinate e più stringenti regole di progettazione, regole che non sarebbe certo difficile rispettare». Cioè, se il deposito fosso costruito proprio bene, se ne potrebbe riparlare.

I dubbi Tanto più che nella relazione si dice anche che «non sembrerebbe necessariamente condivisibile che, in tema di sicurezza, la maggiore severità sia sempre e comunque la scelta migliore: in un processo multiparametrico, come è quello di localizzazione, fissare un solo criterio su basi più selettive di quanto oggettivamente necessario potrebbe portare all’esclusione di aree complessivamente più valide di quelle ammesse rispetto a quel solo criterio». E, quindi, l’Umbria dovrebbe essere al sicuro, ma non è sicuro.

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