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Home » Terni, morte in Ast: «Non è un suicidio»

Terni, morte in Ast: «Non è un suicidio»

di Fabio Toni
10 Febbraio 2018
in Apertura 5, Ast, In evidenza
Tempo di lettura: 2 minuti di lettura
Enrico Sperandei

Enrico Sperandei

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Una morte archiviata dalla procura – tre i pubblici ministeri che nel tempo si sono occupati della vicenda – e quindi dal tribunale di Terni come ‘suicidio’. Ma i familiari di Enrico Sperandei, l’operaio 52enne di Collesecco (Montecastrilli) trovato senza vita la mattina del 27 maggio 2011 all’interno degli stabilimenti Ast di viale Brin, sono convinti che non si sia andati fino in fondo. E che dietro quella morte ci sia altro, in particolare un incidente di lavoro.

Del caso se ne è occupata venerdì sera la trasmissione Quarto Grado di Rete 4 che, nel servizio di Anna Boiardi, ha ascoltato i familiari dell’uomo, il loro consulente ed anche un dipendente Ast che al tempo dei fatti aveva testimoniato alla polizia, riferendo di problemi di denaro e personali compatibili con l’ipotesi del suicidio.

Le incongruenze Marco Sperandei, fratello di Enrico, è netto: «Non vogliamo la nostra verità, ma la verità». E spetta ad Agostino Carotti, consulente dei familiari dell’operaio deceduto, ricostruire dal proprio punto di vista quella tragica mattinata: «Esistono grandi incongruenze fra la posizione del cadavere e l’ipotesi della caduta dall’alto». In base alla perizia disposta dalla procura di Terni, infatti, Enrico Sperandei sarebbe precipitato da una passerella alta oltre 40 metri. «Avremo dovuto trovare – osserva Carotti – vertebre scomposte o, quantomeno, i dischi intervertebrali tutti schiacciati».

Le lesioni Invece il corpo del 52enne presenta una sola vertebra spezzata, le gambe sostanzialmentre integre a parte la frattura di un femore, nessuna frattura al bacino e nessuna lesione alla testa o al volto. Ci sono invece ferite sul torace e – secondo quanto riferito dai familiari – fratture alle costole in più punti. «Le tracce ematiche trovate a metri di distanza dal corpo non sono state mai analizzate – osserva il consulente -. C’è poi una ferita ad un piede compatibile con la rottura di una delle scarpe antinfortunistiche, anche questa trovata a sei metri dal cadavere di Enrico, semi spogliato».

L’ipotesi Secondo Carotti, quindi, l’ipotesi più probabile è che Enrico Sperandei sia rimasto vittima di un incidente sul lavoro: «Secondo i nostri accertamenti è stato investito da un carrello: una lettura compatibile con tutte le lesioni riscontrate». Il caso è stato però archiviato, anche sulla base della testimonianza di un collega che ha affermato che l’ascensore del carroponte si trovava fermo in alto, come se qualcuno fosse salito senza mai più scendere da lì. Ma Francesco Canalicchio, congnato della vittima, offre un nuovo spunto: «Conosco il medico del 118 intervenuto quella mattina e, a precisa domanda, mi disse che non poteva trattarsi di una caduta dall’alto».

I dubbi I familiari dell’operaio di Collesecco chiedono così che il caso venga riaperto, acquisendo nuovi elementi per fare piena luce. Ad esternare tutti i propri dubbi su come sia effettivamente andata è, infine, Valentina, figlia di Enrico: «Nessuno si è preso la responsabilità o ha trovato la forza di dire ciò che è successo davvero. Le acciaierie a Terni mantengono tante persone e il posto di lavoro sta a cuore a tutti».

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