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Home » Ast, il ‘piano B’ passa per la nuova linea?

Ast, il ‘piano B’ passa per la nuova linea?

di Marco Torricelli
23 Marzo 2016
in Ast, Economia, Imprese, In evidenza, Lavoro, Politica
Tempo di lettura: 3 minuti di lettura
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di M.T.

Un punto che non può essere – forse non dovrebbe essere – trascurato, tra quelli evidenziati dalla ThyssenKrupp nel vertice di martedì al Mise è quello relativo alla ristrutturazione che «non è terminata» e alla quale, anzi, potrebbe essere rimessa mano in maniera significativa – con il ‘piano B’ accennato? – nel caso di in cui l’Europa dovesse rimangiarsi le misure anti dumping nei confronti della Cina.

La richiesta Un ruolo non secondario, in questo ‘piano B’ potrebbe essere riservato a quell’impianto per il quale l’otto marzo scorso la ThyssenKrupp Ast ha – finalmente – presentato l’istanza di avvio della procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via), coordinata con Autorizzazione integrata ambientale (Aia). La richiesta si riferisce alla ‘Modifica e razionalizzazione reparto PX2 con l’installazione di una linea di trattamenti di nastri in acciaio inossidabile’, la ormai mitica ‘linea 6’ che, secondo l’accordo siglato a dicembre del 2014 e ‘verificato’ martedì al Mise, doveva essere già quasi pronta per entrare in funzione.

L’ACCORDO DEL 3 DICEMBRE 2014

L’accordo L’accordo, infatti, prevedeva «20/30 milioni per il trasferimento, installazione e revamping della linea di ricottura e decapaggio di nastri laminati a freddo (cd. linea 6) attualmente presente presso la sede di Torino. Questa operazione sarà avviata – avevano firmato e controfirmato il 3 dicembre del 2014 – nel corso del primo semestre 2015 e sarà conclusa nell’arco dei successivi 12-15 mesi». Ma la procedura burocratica deve ancora avere inizio (passerà qualche mese) e poi ThyssenKrupp Ast prevede 270 giorni di lavoro – nove mesi, sanvo intoppi – per i lavori di montaggio. Considerando che si dovranno poi fare i collaudi; l’ipotesi fatta da umbriaOn, relativa al fatto che si dovrà attendere almeno il 2017 per veder uscire il primo coil da quell’impanto, appare decisamente realistica. Ma la presidente e il vice presidente della Regione e il sindaco di Terni, martedì hanno detto che «nell’incontro di oggi abbiamo registrato una oggettiva continuità degli impegni di ThyssenKrupp rispetto all’attuazione dell’accordo sottoscritto nel dicembre 2014 per l’Ast di Terni».

I dettagli Quell’impianto, comunque, potrebbe rappresentare davvero una svolta per lo stabilimento ternano, visto che nelle specifiche progettuali si legge che ha una potenzialità produttiva di oltre 200 mila tonnellate di acciaio all’anno (con quattro soli addetti a turno, peraltro). ThyssenKrupp specifica che «introdurrà solo lievi incrementi delle emissioni di Pm10» e che ci saranno «limitati contributi di inquinanti» nelle acque. Ma è certo che le vasche di decapaggio di quell’impianto conterranno 1425 metri cubi all’anno di acido fluoridrico e 1188 di acido solforico.

La potenzialità La linea 6, peraltro, una volta a regime (soprattutto se, come accennato da Peter Sauer al Mise, gli si dovesse affiancare un laminatoio a freddo), permetterebbe a ThyssenKrupp (o a chiunque gestirà lo stabilimento) di andare ben oltre quelle 580 mila tonnellate di ‘freddo’ all’anno che vengono preventivate e che rappresenterebbero un incremento di 100 mila rispetto ad oggi.

Il ‘caldo’ Il problema – sempre che per ThyssenKrupp questo sia un problema – potrebbe essere rappresentato proprio dall’eventuale e paventata ‘invasione’ da parte dei cinesi che, nel caso in cui fossero tolti i dazi imposti dall’Europa, potrebbero riversare dalle nostre parti una quantità imbarazzante di acciaio. Ma se quell’acciaio fosse grezzo e da rilavorare, potrebbe diventare una fonte di guadagno mica da ridere. Soprattutto se dovessero venir meno una serie di spese: il rottame da fondere, l’energia elettrica da utilizzare per far marciare i forni di fusione e il personale per mandare avanti l’area a caldo dello stabilimento. Perché il ‘piano B’ potrebbe essere anche e soprattutto questo.

L’amianto Il senatore Stefano Lucidi (M5S), intanto, fa sapere di aver «presentato una interrogazione parlamentare per chiedere al Ministro Poletti i motivi per cui non furono riconosciute le agevolazioni di legge agli ‘esposti amianto’ delle acciaierie di Terni. Dalle notizie in nostro possesso infatti sembrerebbe che ci fosse già un accordo nel 2014 mediante il quale 290 lavoratori delle acciaierie ternane avrebbero visti riconosciuti i loro diritti. Un accordo già siglato dal Ministro Poletti, ma al quale non è stato dato seguito. Ci sono alcuni aspetti molto gravi in questa vicenda. In primo luogo i lavoratori non hanno avuto un riconoscimento dei loro diritti; in secondo luogo non dimentichiamo che parallelamente si svolgevano le trattative per l’applicazione del Piano Idustriale Morselli che prevedeva un esubero di circa 500 persone, e quindi riteniamo che questi avrebbero dovuto essere non due percorsi paralleli, ma convergenti verso una soluzione non penalizzante per i lavoratori e per l’azienda, ma di tutela delle persone e della loro salute. Una delle richieste infatti è capire se ci sono ancora lavoratori esposti amianto in azienda e se siano stati valutati i risultati dello studio Sentieri effettuato dal Ministero della salute».

 

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