Daniele Moroni e caso ThyssenKrupp-Torino

Terni, Francesco – il figlio del dirigente in carcere – propone una riflessione che umbriaOn è lieto di ospitare come spunto di possibile dibattito

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di Francesco Moroni

Sono ormai trascorsi più di due mesi dall’ingresso in carcere di mio padre, Daniele Moroni, condannato nel processo ThyssenKrupp di Torino a 7 anni e 6 mesi di reclusione, pertanto colgo l’occasione per fare alcune riflessioni personali sul suo caso.

Prima di tutto faccio pubblicamente una confessione a mio padre: non non ho mai espresso un giudizio sul suo libro (‘La mia verità’, pubblicato dalla Aracne Editrice, a giorni disponibile nelle librerie) non per indifferenza al suo vissuto, ma per gli effetti di una piccola scommessa personale.

IL MEMORIALE 

Infatti, avendo letto tutti i documenti reperibili del processo, mi ero ripromesso di leggere il suo lavoro solo in caso di condanna definitiva (quindi speravo mai!).

Purtroppo, puntando sull’assoluzione, ho perso la scommessa e ho dovuto leggerlo la mattina stessa in cui lui ha iniziato a scontare la pena. Ho così ritrovato, nel suo racconto lucido e pacato, quelle certezze che in questi anni io avevo intravisto da solo tra le pagine delle sentenze.

Invito poi, chi non ha letto il libro di mio padre a farlo, è un ottimo esercizio per rendersi conto di quanto ormai, in materia di cronaca, tendiamo ad esprimere opinioni preconfezionate senza ragionare sui fatti. A volte il giudizio su un evento può essere particolarmente difficile: ci possono essere elementi soggettivi che si intrecciano ai fatti, e fondano, da un punto di vista personale, la verità umana di chi vi ha preso parte.

In tema di sicurezza sul lavoro sono molti gli spunti che il libro offre, tra cui:

La difficoltà di individuare le figure responsabili, e i poteri di cui devono disporre.

La complessità di fare concretamente prevenzione.

Quale ruolo gioca il fattore umano nella dinamica di un incidente, e quanto sia difficile valutarne obiettivamente il contributo.

Quali sono gli strumenti davvero efficaci per promuovere la sicurezza sul lavoro.

Vorrei aggiungere un’ultima considerazione, ancora una volta di natura personale. Daniele ha dedicato molto del suo tempo al lavoro, che per lui costituiva una vera passione, oltre che un modo per mettere alla prova se stesso.

È questo il motivo principale per cui mi risulta difficile credere che abbia trascurato qualcosa in materia di sicurezza: aveva compreso che il modo migliore per realizzare i suoi traguardi personali era mettere i suoi collaboratori nella condizione di riuscire ad esprimersi al meglio nel loro lavoro, di crescere professionalmente.

Ha fatto tesoro, insieme ad altri, dell’esperienza di Torino per migliorare la sicurezza degli impianti di Terni.

Se la funzione della legge penale è distogliere dal reato e rieducare il cittadino, allora nel caso di Daniele Moroni temo che la legge non potrà fare nulla.

 

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